Maleficent e Cartagine

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A Francesco Petrarca nel 1348 giunse notizia della morte di Laura colpita dalla peste, così come di alcuni suoi amici. Laura sarà e resterà l’amore della sua vita, che sarà immortalata nel Canzoniere.

LA PESTE

In passato le grandi epidemie di peste, come quella della Morte Nera nel Medioevo, mietevano molte vittime, i numerosi roditori e la scarsa igiene erano i principali fattori responsabili della diffusione di queste epidemie.
La peste è una grave infezione provocata dal batterio gram negativo Yersinia pestis, che infetta principalmente i roditori selvatici, tra cui ratti, topi, scoiattoli e cani della prateria. Recentemente le epidemie sono state limitate all’interessamento di un singolo paziente o di un piccolo gruppo di persone. Negli Stati Uniti oltre il 90% dei casi di peste si è verificato negli stati sud-occidentali, soprattutto in Arizona, California, Colorado e Nuovo Messico (in Italia è molto rara).
I batteri responsabili della peste sono generalmente trasmessi dagli animali infetti all’uomo attraverso le pulci. Tosse o starnuti, che disperdono l’agente patogeno con le goccioline di saliva, possono diffondere l’infezione da un soggetto all’altro. Anche la trasmissione da animali domestici, soprattutto gatti, si può verificare attraverso la puntura delle pulci o l’inalazione di gioccioline infette.
La peste colpisce in diverse forme: bubbonica, polmonare, setticemia o benigna (pestis minor), i sintomi variano in base alla forma di peste.
Peste bubbonica – brividi improvvisi e febbre oltre i 41°C, battito cardiaco frequente e debole, diminuzione della pressione arteriosa sono i sintomi che seguono o compaiono contemporaneamente all’ingrosssamento dei linfonodi (bubboni) inguinali, ascellari o del collo. Il soggetto colpito diventa facilmente irrequieto, delirante, confuso e scoordinato. Vengono coinvolti anche il fegato e la milza. Se non opportunamente trattata l’infezione porta presto alla morte.
Peste polmonare – colpisce i polmoni ed è altamente contagiosa; secondo gli specialisti questa forma è quella che potrebbe manifestarsi nel caso in cui la peste fosse disseminata da terroristi.
I sintomi sono improvvisi e includono febbre alta, brividi, accellerazione del battito cardiaco, vomito e, spesso, grave cefalea. La tosse si sviluppa entro 24 ore. L’espettorato dapprima limpido, diventa rapidamente striato di sangue, assumendo poi un colore rosato o rosso intenso (come lo sciroppo di lamponi) e un aspetto schiumoso. Frequenti sono alterazioni e difficoltà respiratorie. Se non trattata, l’infezione porta alla morte entro 48 ore dalla comparsa dei sintomi.
Peste setticemica – è un’infezione che si diffonde nel sangue. La morte può verificarsi anche prima della comparsa degli altri sintomi della peste bubbonica o polmonare.
Peste benigna (pestis minor) – è una forma lieve di peste che si verifica di solito nelle aree geografiche in cui la malattia è molto frequente (endemica). I sintomi sono: linfonodi ingranditi, febbre, cefalea e spossatezza, che scompaiono in una settimana.

La peste viene diagnosticata in laboratorio analizzando campioni di sangue, espettorato o tessuto linfonodale. Il trattamento per la peste setticemica o polmonare deve essere tempestivo; nella forma polmonare va attivato l’isolamento e sottoposti a stretta osservazione i soggetti che ne sono venuti a contatto.
Le strategie di prevenzione si basano sul controllo dei roditori e sull’uso di repellenti, per evitare le punture delle pulci. La vaccinazione non è più disponibile. I soggetti che vivono o viaggiano in aree in cui la peste è epidemica possono avere la necessità di assumere una terapia preventiva.

Prima di un viaggio internazionale è sempre bene informarsi presso gli ambulatori di Medicina dei Viaggi delle Aziende Sanitarie Locali (ASL) dove si possono ottenere informazioni sui rischi legati ai viaggi, sulle norme di prevenzione da adottare ed eventualmente ricevere le vaccinazioni per le malattie prevenibili.

Tratto da: Il manuale della salute per tutta la famiglia – Merck, Raffaello Cortina editore, Springer 2004

Il Canzoniere è l’opera per cui Petrarca è universalmente noto, è la storia poetica della sua vita interiore in cui prevale l’argomento amoroso, oltre a quello morale, religioso e politico; in particolare il concetto di patria si identifica con la bellezza della terra natale, sognata libera dalle lotte fratricide e dalle milizie mercenarie.

Sono appunto amore, politica e morale gli argomenti su cui spazia nelle sue opere, “oscillando” tra l’amore per la gloria terrena e per Laura e l’amore per Dio.

800px-SecretumNel Secretum Petrarca parla dell’incontro con Laura, è un’opera di grande importanza in prosa latina articolata in tre libri, in cui il poeta stesso è impegnato in un dialogo intimo con sant’Agostino al cospetto di una donna, la Verità, che per tutto il tempo rimane in silenzio. È una sorta di diario segreto dove pare esprimere, senza autodifesa, il proprio tormento interiore.
Nel primo libro tratta del male in generale e conclude condividendo il pensiero agostiniano, che esso non esiste, ma è causato dalle passioni terrene che annebbiano lo spirito.
Nel secondo libro vengono analizzati i sette peccati capitali. Egli si sofferma soprattutto sulla tendenza a convivere con l’inquietudine che logora l’anima e i conflitti mai sopiti, originati dal vizio dell’accidia che consiste nel conoscere il bene, nel sapere qual è la strada maestra, ma senza aver la forza, la volontà e il coraggio di intraprenderla.
Nel terzo libro si esaminano altre due passioni del poeta, in particolare l’amore per Laura e l’amore per la gloria, che gli impediscono di raggiungere l’equilibrio spirituale cui tanto aspirava: per quanto il poeta dia ragione ad Agostino che gli consiglia di rinunciarvi, egli però non sa come poterne fare a meno.

Laura – non è la donna-angelo, sublimata di Dante, è una donna più terrena, ma ugualmente irraggiungibile. Petrarca è tormentato dal desiderio di passione, dal desiderio di amare e di essere amato, così come è tormentato dal desiderio di gloria terrena (fama e onore). Tale consapevolezza induce in lui un profondo dolore; i piaceri terreni e l’amore per Laura distolgono la sua tensione spirituale verso il divino, rendendo arduo il suo percorso di avvicinamento a Dio.
La mancata conciliazione, fusione tra terra e cielo infatti crea in lui un dissidio interiore: illusione e delusione continuano ad intrecciarsi, e talvolta stanco di questo dissidio vorrebbe lasciare quel suo vivere dolce amaro, ma la forza del sentimento e della passione rievocano in lui l’immagine idealizzata di Laura, sempre più bella, che lo insegue ovunque, e si riafferma in lui la speranza e l’illusione.
Ella dunque incarna il dualismo dell’esistenza umana tra speranza e timore, tra gioia e dolore, tra fiducia e sbigottimento, il tormento di un animo che anela alla pace interiore, ma che non la trova. Solo attraverso l’attività creativa dove tutto spontaneamente diviene letteratura e grande poesia – che dà origine alla ricchissima e originale produzione petrarchesca – il poeta esprime la sua stessa passione umana e terrena, tormentata perchè inappagata, un’ispirazione che attraverso la creazione viene sublimata e ciò lo avvicina al divino, a Dio mettendo in discussione il suo stesso concetto di religione: un conflitto tra ragione e religione (morale cristiana) da una parte e la forza incoercibile di un sogno dall’altra.

– L’AMORE IDOLATRICO –

È una forma di pseudo-amore che non è rara, spesso descritta nella letteratura e nel cinema come il grande amore in cui una persona tende a idealizzare la persona amata.

Essa è distolta dal proprio “io” e lo proietta sulla persona amata, che è adorata come un essere supremo, colei che dà amore, luce, felicità. In questo processo, il soggetto si priva di ogni senso di forza, si perde nella persona amata invece di trovari in lei.
Poichè di solito nessuno può, alla lunga, vivere nell’adorazione dell’altro, la delusione è fatale, e come rimedio si cerca un altro idolo, e diventa una catena senza fine.

Più che l’intensità e la profondità del sentimento, questo tipo di amore spesso rivela la fame e la disperazione dell’idolatra. Non di rado due persone che s’incontrano in una reciproca idolatria, a volte, in casi estremi, si traduce in una follia a due.


Africa è la più importante opera latina di Petrarca, un poema epico per il quale verrà incoronato poeta in Campidoglio. È composto da nove libri e tratta della Seconda guerra punica, in particolare la biografia di Scipione l’Africano, l’eroe perfetto senza umane debolezze che sconfigge Annibale.
La morte trionfa su tutto, oltre la guerra, le illusioni e le passioni degli uomini. Più che per lo stile è importante il suo valore storico perché contiene le idee del poeta sulla storia romana e sullo stato allora contemporaneo dell’Italia.

scipione lafricanoScipione l’Africano un film in bianco e nero del 1937 per la regia di Carmine Gallone ricostruisce la storia del generale romano. é un kolossal italiano piuttosto ambizioso, che appartiene al cinema di propaganda fascista: spettacolare per evidenziare la similitudine tra la passata grandezza di Roma e le audaci imprese dell’epoca fascista; e insieme ideologico, celebrativo del colonialismo italiano nell’Africa Orientale, intrapreso da Mussolini per assicurarsi una riserva demografica, industriale, agricola e di materie prime in caso di un nuovo conflitto generalizzato in Europa, seguendo il suo sogno di fare dell’Italia una potenza mondiale. Imprese in cui non si risparmiarono atrocità e crimini di guerra (uso di armi chimiche, impiccagioni, decapitazioni).

LE GUERRE PUNICHE

Furono una serie di tre guerre combattute fra Roma e Cartagine tra il III e II secolo a.C., che si risolsero con la totale supremazia di Roma sul mar Mediterraneo. Sono conosciute come puniche in quanto i romani chiamavano punici i Cartaginesi.

Cartagine (in fenicio Qart Ḥadasht) fu una colonia fondata nell’814 a.C. dai Fenici provenienti dalla città di Tiro (Libano), i quali si espansero in tutto il Mar Mediterraneo creando una rete commerciale e costruendo colonie in Sicilia, in Sardegna, nella penisola iberica e appunto in Nord Africa.
Numerosi sono i miti relativi alla fondazione, che sono sopravvissuti attraverso le letterature greca e latina, uno di questi narra che a capo dei coloni (o forse profughi politici) era Didone (nota anche come Elissa) considerata la fondatrice e prima regina di Cartagine. Si racconta che ella era destinata alla successione al trono del regno fenicio di Tiro, ma fu contrastata dal fratello Pigmalione che ne uccise segretamente il marito Sicheo, e ne prese quindi il potere. Didone lasciò la città e dopo lunghe peregrinazioni, approdò sulle coste tunisine, dove fondò Cartagine. Per la sua posizione favorevole, Cartagine si spinse subito sulla via dei traffici e della colonizzazione, divenendo ben presto la più importante città fenicia.
L’antica città punica, fiorente in età antica, distrutta e ricostruita dai Romani, è oggi un ricco sobborgo di Tunisi. Possiede numerosi siti archeologici, per la maggior parte romani, ma anche punici. Il 27 luglio 1979 è stata classificata come patrimonio dell’umanità dell’UNESCO.

Didone – Regina leggendaria che Virgilio nell’Eneide racconta come una donna forte, potente, che fedele al ricordo del marito Sicheo ha chiuso per sempre il suo cuore all’amore. L’unico a far breccia è Enea, quando naufrago giunge a Cartagine insieme ai suoi seguaci e vi trova generosa ospitalità. Entrambi hanno sofferto esperienze dolorose e ciò li accomuna, ella prova pietà e ammirazione per l’eroe e tali sentimenti ben presto si trasformano in qualcosa di più profondo. Il suo amore è impeto, passione, desiderio, ardore dei sensi: scelta una strada, la regina la percorre sino in fondo, arrendendosi al suo destino.
Ma Enea costretto dal Fato a partire, lascia Didone. Una bruciante delusione e un crudele disinganno tramutano in lei l’amore in odio e disprezzo, che la conducono a maledirlo e poi ad uccidersi con la spada di Enea, chiedendo al suo popolo di essere vendicata (secondo Virgilio ciò porterà alle guerre puniche tra Roma e Cartagine).
Quando in seguito Enea incontrerà Didone nell’Ade, gelida e risoluta non lo guarderà nemmeno negli occhi mentre egli manifesterà sincero dolore per la sua morte repentina e per non essere stato capace di comprendere e ricambiare il suo amore e la sua dedizione.
La figura di Didone ispirò diversi autori fra cui Dante, che nella Divina Commedia la colloca nel Canto V dell’Inferno, in compagnia di Paolo e Francesca nella schiera dei peccatori, spiriti lussuriosi che non hanno saputo resistere con la ragione agli istinti.
Secondo Thomas Stearns Eliot (1888-1965) poeta, saggista, critico letterario e drammaturgo statunitense naturalizzato britannico, autore di diversi poemi e premiato nel 1948 con il Nobel per la letteratura, il silenzio finale di Didone è un riflesso del senso di impossibilità di amare dello stesso Enea, schiavo del fato.
Il topos letterario della donna abbandonata di cui Didone fa parte, ha viaggiato nella letteratura fino ad Ungaretti in età moderna.

RomaCartagineLe due città, quasi “coetanee” (814 a.C. Cartagine e 753 a.C. Roma), per lunghi secoli tennero un atteggiamento di reciproco rispetto, Roma era una potenza esclusivamente terrestre mentre Cartagine era una potenza prevalentemente marittima.
Nella prima metà del III° secolo erano divenute due grandi potenze del Mediterraneo Occidentale.
Roma era giunta ad espandersi conquistando le colonie greche dell’Italia meridionale facenti parte della Magna Grecia (le attuali Basilicata, Campania, Puglia e Calabria).
Cartagine contendeva ai greci la conquista della Sicilia, che al pari della Magna Grecia era un centro di cultura greca. Pirro re dell’Epiro, già chiamato in Italia da Taranto contro i Romani, intervenne a favore della città di Siracusa per combattere contro i cartaginesi, ma dopo alcuni significativi successi dovette presto abbandonare la Sicilia, e i Cartaginesi riuscirono a mantenere il loro dominio su gran parte dell’isola. Siracusa sotto la tirannia di Gerone II (270) tentò di espandersi conquistando Messina dove vi si erano stabiliti i Mamertini, fiero popolo italico di origine campana, i quali per difendersi chiesero aiuto prima a Cartagine e poi, per difendersi da quest’ultima, a Roma. Le distanze tra Roma e Cartagine erano destinate inesorabilmente ad accorciarsi, aprendo la strada alle guerre puniche.

La prima guerra punica

Ebbe inizio nel 264 a.C. quando i Mamertini, decisi a liberarsi del presidio cartaginese chiesero l’intervento di Roma. I Romani inviarono gli aiuti, ma dopo parziali successi, si resero conto che per sconfiggere Cartagine doveva esser vinta sul mare, da cui riceveva continuamente rinforzi di mercenari dall’Africa. Roma seppe così trasformarsi rapidamente in una potenza navale, e per compensare la mancanza di esperienza equipaggiò le sue navi con uno speciale congegno d’abbordaggio, il corvo, che agganciava la nave nemica e permetteva così di combattere sul ponte delle navi secondo le tecniche usate negli scontri a terra, di cui i Romani erano esperti.
Nel 256 allo scopo di porre fine alla guerra, il console Attilio Regolo sbarcò audacemente in Africa, ma le cose non andarono come previsto e insieme ai suoi legionari venne fatto prigioniero. Una sconfitta navale nel 249 aggravò il disastro. Roma si riorganizzò rapidamente e respinse di nuovo i Cartaginesi, che nel 241 vengono sconfitti in una formidabile battaglia navale alle isole Egadi. Cartagine perse così la Sicilia, che venne annessa come provincia romana, e fu costretta a pagare un ingente debito di guerra; 3 anni dopo perse anche la Corsica e la Sardegna che divennero la seconda provincia romana.

La seconda guerra punica

Cartagine cercò di compensare le perdite subite allargando il proprio dominio a sud della penisola Iberica, dove i progressi compiuti dal generale cartaginese Amilcare con i figli Annibale e Asdrubale preoccuparono Roma, sotto il cui influsso era la costa mediterranea settentrionale.
Erano trascorsi più di vent’anni dalla Prima guerra punica, quando Sagunto, città che sorgeva entro i “confini” punici ma era alleata di Roma, nel 219 venne presa d’assedio e distrutta da Annibale. Ciò fu la scintilla che dette inizio al secondo conflitto fra Roma e Cartagine.
Allora Annibale, considerato uno dei più grandi generali dell’antichità, al comando di un esercito di migliaia di uomini, cavalieri e più di trenta elefanti, partì dalla Spagna nel 218 per invadere la penisola italica, mettendo in atto un audace piano di guerra. La sua originalità tattica e il fascino che esercitava sui soldati gli assicurarono clamorose vittorie.
Attraversati i Pirenei e le Alpi discesero sulla pianura padana, dove trovarono il favore delle tribù della Gallia Cisalpina già in lotta contro Roma; colte di sorpresa le legioni romane vennero sconfitte in due importanti battaglie sul Ticino e sulla Trebbia, quindi attraversato l’Appennino l’anno successivo un’altra sconfitta si aggiunse nella battaglia del lago Trasimeno. Annibale si diresse in Puglia e poi in Campania con l’obiettivo di raccogliere attorno a sé le popolazioni del centro e del sud prima di giungere ad assediare Roma. Un’ennesima tremenda sconfitta fu inferta all’esercito romano nella battaglia di Canne (216 a.C.).
Annibale strinse un’alleanza con Filippo V re di Macedonia, il quale era interessato a ristabilire il controllo su alcune zone dell’Illiria e della Grecia e a opporsi all’espansione romana nella parte orientale del Mediterraneo, poi stabilì anche dei contatti con Siracusa.
Nel frattempo a Roma si era instaurata la dittatura di Fabio Massimo detto Cunctator, (il Temporeggiatore) il quale avendo compreso la natura della tattica e il genio di Annibale, mise in atto una strategia di logoramento, attuando rapidi colpi di mano ma evitando lo scontro diretto. Le legioni romane intanto sconfissero i cartaginesi in Spagna, che divenne la terza provincia romana, mentre in Italia con alterne fortune, Roma perdeva e riconquistava diverse città, come Siracusa, Capua e Taranto.
Nel 215 fu decisa una ritorsione militare contro re Filippo V, dando così inizio alla prima guerra macedone, conclusasi nel 205 a.C. con la pace di Fenice. Ciò segnò l’ingresso di Roma nel mare Egeo e nella politica del Mediterraneo Orientale.
Il romano Publio Cornelio Scipione, noto in seguito come Scipione l’Africano, tornato vittorioso dalla Spagna e divenuto console in Sicilia nel 205 a.C., partì per l’Africa attaccando direttamente Cartagine.
Ad Annibale, senza rifornimenti e rinforzi, e senza riuscire ad attaccare Roma in un territorio a lui sempre più ostile, giunse l’ordine da Cartagine di tornare in Africa per portare aiuto contro Scipione l’Africano. Nel 202 a.C. nei pressi di Zama, Scipione usò contro Annibale la sua stessa tattica strategica e lo sconfisse, determinando la fine della seconda guerra punica.

La terza guerra punica

Cartagine sconfitta, fu costretta a rinunciare a tutte le conquista fatte in Spagna, a gravose indennità e al divieto di fare guerre senza il consenso romano. L’espansione di Roma verso Oriente comportò la conquista della Macedonia, che nel 148 a.C. diventò la quarta provincia romana consolidando così l’egemonia di Roma sul Mediterraneo.
Il territorio della Numidia, una vasta regione posta lungo i confini di Cartagine, precedentemente suddivisa tra due grandi gruppi tribali: i Massili nella Numidia orientale comandati da Siface che si schierarono con Cartagine, e i Massesili nella Numidia occidentale con a capo Massinissa che mantennero fede all’alleanza con Roma, alla fine della guerra venne riunificato e concesso a Massinissa che si apprestò a trasformare il regno da pastorale ad agricolo aspirando a uno stato moderno. Le sue mire espansionistiche provocarono le lamentele di Cartagine e a gestire la situazione fu inviato Catone detto il censore, un influente uomo politico la cui fazione al Senato mirava ad eliminare definitivamente la concorrenza commerciale dei cartaginesi. Cartagine esasperata decise di riarmasi e attaccò la Numidia violando così il trattato con Roma, che fu il pretesto per dare il via nel 149 a.C. alla terza guerra punica. Cartagine fu distrutta, la popolazione deportata e venduta schiava. Alla fine della guerra nel 146 a.C. gli ex possedimenti di Cartagine furono dichiarati provincia d’Africa, la quinta provincia romana.

Toccherà poi all’Asia Minore a entrare a far parte dell’impero romano, una lenta e profonda opera di romanizzazione e di unificazione di tutto il mondo civile ha inizio.

320px-paoloefrancescaPaolo e Francesca – amanti e anime condannate alla pena dell’inferno dantesco, nel cerchio dei lussuriosi, sono entrati a far parte dell’immaginario popolare sentimentale. La tragica vicenda amorosa è stata più volte rievocata in letteratura ma anche nell’opera lirica.
La più conosciuta ed amata è la Francesca da Rimini opera del compositore italiano Riccardo Zandonai su libretto di Gabriele D’Annunzio del 1914, in cui si racconta ciò che sostenne Giovanni Boccaccio, e cioè dell’inganno di cui fu vittima Francesca da Polenta.
A destra il quadro “Paolo e Francesca” del pittore tedesco Anselm Feuerbach (1864)

Promessa sposa al più anziano, zoppo e rozzo Giangiotto Malatesta, le fu fatto credere invece di sposare il fratello Paolo, detto il Bello, di cui s’innamorò perdutamente a prima vista, ricambiata, nonostante non si fossero scambiati una sola parola. Questo amore li condusse alla morte per mano di Giangiotto stesso.
Francesca spiega al poeta come, leggendo insieme a Paolo la storia di Lancillotto e Ginevra, capirono di amarsi e non riuscendo più a controllare i propri sentimenti, si abbandonarono a un lungo bacio.

Alla confessione della giovane, Dante ha un attimo di sconforto e resta assorto in silenzio: sembra pensare a come sia possibile che l’attrazione innocente, l’amor cortese si trasformi in peccato degno dell’Inferno, per di più provocato dalla lettura di un testo dove si celebra un amore (quello tra Lancillotto e Ginevra) con le regole cortesi alle quali Dante stesso aveva aderito in gioventù. Quindi lo stesso sentimento che aveva ispirato a Dante i versi della sua opera autobiografica Vita Nova, una vita rinnovata e purificata dall’amore adesso gli appare come una delle possibili cause di condanna eterna.

Ginevra – leggendaria fanciulla di straordinaria bellezza, figlia di re, affascina Re Artù tanto da chiederla in sposa, mentre ella a sua volta è affascinata, ricambiata, dal cavaliere Lancillotto. Ella si sente combattuta tra due generi di amore: quello passionale e travolgente di Lancillotto e quello gentile e premuroso di Re Artù, ciò può essere interpretato come una metafora di un conflitto interiore tra la debolezza della carne e il desiderio di elevazione dello spirito.
L’illecito e tragico amore che nasce tra i due divenne uno dei simboli dell’amore cortese medioevale. Il loro tradimento, l’una come regina di Camelot e l’altro come cavaliere della Tavola rotonda, è stato considerato come la rovina del regno stesso.

first-knightIl primo cavaliere di Jerry Zucker del 1995 è un film fantasy che si ispira al mito di Re Artù e dei Cavalieri della Tavola Rotonda, leggenda molto probabilmente legata alla cultura celtica. Splendidamente interpretato da Sean Connery nella parte di Re Artù e Richard Gere in messèr Lancillotto, il film dà un’immagine molto umana di Ginevra rappresentata da un’incantevole Julia Ormond.

Ginevra è un personaggio che compare anche nell’Orlando furioso (1532), poema cavalleresco di Ludovico Ariosto che riprende e conclude un altro precedente poema, scritto da Matteo Maria Boiardo, l’Orlando innamorato (1483)

boiardoMatteo Maria Boiardo (1441-1494) poeta e letterato italiano tra i più noti del quattrocento, conte di Scandiano, feudo nelle vicinanze di Reggio Emilia, volle trasferirsi a Ferrara, uno dei principali centri della cultura umanistica del quattrocento, dove entrò a far parte della cerchia di letterati e artisti che frequentavano le corti degli Estensi. In questo periodo dedicò i suoi versi a una nobildonna reggiana, Antonia Caprara, che fu la sua musa ispiratrice; successivamente tali versi furono raccolti in Amorum libri tres, un’opera ordinata secondo uno schema preciso:
nel primo libro è espressa la gioia dell’amore corrisposto;
nel secondo il dolore per il tradimento della donna amata;
nel terzo l’aspirazione ad un’elevazione spirituale sul modello del Petrarca, di Ovidio e stilnovista.

«Rispose Orlando: – Io tiro teco a un segno,
Che l’arme son de l’omo il primo onore;
Ma non già che il saper faccia men degno,
Anci lo adorna come un prato il fiore; »
(Matteo Maria Boiardo, Orlando innamorato)

Orlando innamorato – Boiardo narra una successione di avventure fantastiche, duelli, amori e magie usando un linguaggio originale, schietto, rude, un italiano diverso che nasceva dai dialetti della pianura padana. Nel poema inoltre egli introduce un’innovazione nel fondere i due principali filoni narrativi preesistenti: il ciclo carolingio (complesso di canzoni francesi medioevali che celebrano le gesta di Carlo Magno e dei suoi fedeli paladini) e il ciclo bretone o arturiano (testi con storie d’amore in cui si fondono le leggende celtiche e le storie mitologiche delle isole britanniche, in particolar modo quelle riguardanti re Artù e i cavalieri della Tavola rotonda, la ricerca del Santo Gral, gli incantesimi di Mago Merlino, gli amori di Ginevra, di Isotta.
«In Boiardo i due filoni hanno il loro primo incontro con la cultura umanistica che tende a ricongiungersi, al di là del Medioevo, ai classici dell’antichità pagana. …Egli si rivolse all’epopea cavalleresca con uno spirito distaccato ma venato dalla malinconica nostalgia di chi, scontento del suo tempo, cerca di far rivivere i fantasmi del passato.» (Italo Calvino)

La più antica pubblicazione giunta sino a noi è quella di Piero de Plasiis del 1487, in due libri, conservata alla Biblioteca Marciana di Venezia. Promotore delle opere del Boiardo è dal 2009 il Centro Studi dedicato all’autore, di Scandiano.

Nell’Orlando innamorato i numerosi personaggi, molto ben definiti, con idee e desideri che sono quelli degli uomini di tutti i tempi, conferiscono all’opera una validità che va ben oltre il Medioevo e il Rinascimento. Fulcro di tutto il poema è Angelica, bellissima principessa del Catai desiderata da tutti e da tutti costretta a fuggire; infatuato follemente di lei è Orlando, il migliore paladino di Francia, l’austero e saggio difensore della fede, ma Angelica è innamorata del cugino Rinaldo, il quale invece colpito da una magia, la odia.
Il poema suddiviso in tre libri, dei quali il terzo è rimasto incompiuto per la morte del poeta, ebbe grande successo poiché interpretava con sensibilità umanistica i valori cortesi dell’epoca feudale ormai al tramonto. Ludovico Ariosto riprese la trama dell’Orlando Innamorato per il suo Orlando Furioso ripartendo dall’amore di Orlando per Angelica.

Angelica – È molto diversa dall’angelo del Dolce Stil Novo o dalla donna idealizzata petrarchesca, ella ha carattere, è intraprendente e sa sfruttare le sue doti di bellezza e intelligenza. Rifiuta di essere destinata o pretesa come sposa ed è determinata a seguire il proprio cuore. È una figura di donna che non ingentilisce l’uomo ma al contrario lo fa perdere, e l’amore porta sofferenza, tormento e follia.

angelicalamarchesaAngelica è anche il titolo di un film del 1964 diretto da Bernard Borderie, tratto dal romanzo Angelica, la marchesa degli Angeli scritto da Anne e Serge Golon nel 1957. Un film travolgente come lo è l’amore che racconta, con un’atmosfera a cui molto hanno contribuito i due attori, sia visivamente che nella loro interpretazione: l’incantevole Michèle Mercier è un’appassionata quanto lucida Angelica, figlia di un barone di campagna decaduto che viene data in sposa contro la sua volontà a Jeoffrey de Peyrac, interpretato da un elegante Robert Hossein, ricchissimo conte rimasto sfregiato in battaglia, ma che si rivelerà tanto intelligente e affascinante da conquistarla. Ma il Re di Francia, Luigi XIV, invaghitosi della splendida Angelica pone fine all’idillio, facendo arrestare Jeoffrey con l’accusa di stregoneria e condannandolo al rogo. Fallito ogni tentativo disperato di Angelica per salvarlo, caduta in disgrazia con due figli, viene accolta alla Corte dei Miracoli dal suo vecchio amico e primo amore Nicola Merlot, interpretato dal nostro mitico Giuliano Gemma. Al primo film sono seguiti quattro sequel in quattro anni consecutivi e un remake nel 2013.
Un forte contributo al film è stato dato anche dai doppiatori italiani: Maria Pia Di Meo (Angelica) voce prestata a famose attrici, Giuseppe Rinaldi (Peyrac) non di meno spessore e Massimo Turci (Nicola).

La Corte dei Miracoli – termine che si riferiva a un vicolo chiuso o a un piccolo quartiere di una città, dove si riunivano mendicanti ed emarginati sociali formando gruppi organizzati, come ne la cour des miracles di Parigi, nel quale veniva eletto, tra di loro, un re che comandava su tutti, e dove avvenivano “miracoli”… ossia le infermità dei mendicanti ostentate per impietosire i passanti, una volta smesso il travestimento guarivano come per miracolo. A Rouen una leggenda raccontava che il vero miracolo era, che nella Corte, con un completo rovesciamento dei valori sociali, “il più miserabile era considerato il più ricco“. Queste società organizzate gerarchicamente, finirono col degenerare e diventare veri e propri centri di delinquenza turbando la vita della città, per cui nei loro confronti fu adottato un sistema repressivo. Nell’immaginario letterario romantico il fenomeno è stato erroneamente associato al periodo del Medioevo, mentre storicamente è riscontrabile intorno al XVII secolo.

STORIA DEL DOPPIAGGIO

Con l’avvento del sonoro nel 1927, il mercato del cinema americano, il maggior esportatore di pellicole in Europa, subì un brusco calo. I cinematografi europei infatti non erano attrezzati per proiettare pellicole sonore, in più, alcuni regimi erano restii alla proiezione di film che non fossero in lingua locale. Per questo in Italia i film sonori di importazione vennero ammutoliti e venivano aggiunte delle didascalie intervallate alle immagini, una pratica che allungava notevolmente la durata dei film e li snaturava. Si dovette cercare una soluzione.
Il primo esperimento di post-sincronizzazione in lingua italiana avvenne nel 1929 negli studi californiani della Fox: nacque così il doppiaggio. Il risultato fu deludente ma aprì la strada, e molti furono gli attori italo-americani o emigrati negli Stati Uniti ad essere assunti dalle maggiori case di produzione col compito di doppiare i film da spedire in Italia. Nel 1931 la Metro-Goldwyn-Mayer, con la direzione di Carlo Boeuf intensificò la pratica del doppiaggio, che ebbe un successo immediato poichè una parte consistente della popolazione italiana all’epoca era analfabeta e non poteva quindi seguire i film sottotitolati.
Oltre al doppiaggio, l’industria americana usava il metodo di girare più versioni dei film maggiormente accreditati, per poi distribuirli nei vari paesi. La coppia di comici Stan Laurel e Oliver Hardy, ad esempio, giravano ogni scena dei propri film in diverse lingue, fra cui l’italiano.
La Paramount, decise anch’essa di adoperare questa pratica, creando però uno stabilimento centrale in Francia cosicchè gli attori di ogni Paese europeo potessero doppiare le edizioni europee del proprio film.
Nel 1932, in seguito a un regio decreto-legge che impediva la proiezione nelle sale italiane di film stranieri doppiati fuori del Regno d’Italia, si aprì a Roma il primo stabilimento di doppiaggio con le voci più prestigiose del teatro italiano. Ne seguirono altri, grazie anche al finanziamento previsto dal Piano Marshall, che ambiva a una ricostruzione anche a livello sociale e culturale dei paesi usciti sconfitti dal conflitto mondiale.
Oltre a Roma, anche Milano negli anni settanta diede inizio a una propria tradizione di doppiatori, inizialmente come voci fuori campo negli spot pubblicitari, per affermarsi poi negli anni ottanta con Fininvest (oggi Mediaset) che affidava alle cooperative di doppiaggio le edizioni italiane dei cartoni animati, di alcuni telefilm, varie soap opera e telenovelas andate in onda sulle stesse reti. Un salto di qualità si ebbe negli anni 2000 con il doppiaggio di varie pellicole cinematografiche. Altre società sono a Firenze, Torino e Verona.
Un altro settore, che con l’avvento di Internet sta prendendo sempre più piede, è quello degli audiolibri, molti sono gli artisti che con la loro voce sanno regalare suggestive letture che spaziano in ogni genere, rispolverando i classici, la saggistica, rendendo maggiormente fruibili contenuti anche più settoriali.
Regolamentato da un Contratto nazionale, il settore del doppiaggio in Italia è rappresentato da diverse Associazioni di categoria. Ad esso sono dedicate alcune manifestazioni, di cui la più longeva è il Festival del Doppiaggio Voci nell’Ombra in Liguria che dal 1996 assegna i premi “Anelli d’oro” ai migliori doppiaggi e doppiatori delle edizioni italiane di opere cinematografiche e televisive. Il Gran Galà del Doppiaggio Romics DD che si tiene dal 2002 a Roma all’interno dell’omonima fiera dedicata al fumetto e all’animazione. Il Leggio d’Oro, premio che uno dei più grandi doppiatori italiani, Ferruccio Amendola, ha definito “l’Oscar del Doppiaggio”; il primo a essere premiato fu Alberto Sordi nel 1995 per il doppiaggio di Oliver Hardy in Stanlio & Ollio. Il Gran Premio Internazionale del Doppiaggio che dal 2013 vuol valorizzare gli aspetti e i segreti di questa nobile arte in cui l’Italia, culla del doppiaggio, ha sempre primeggiato.
L’Italia infatti vanta più generazioni di grandi artisti in questo settore, che hanno saputo aggiungere un valore in più alle interpretazioni degli attori e ai film stessi, un settore che è rimasto a lungo dietro le quinte, ma che meriterebbe più riconoscimento e visibilità.

Con I Trionfi Petrarca riprende e sintetizza i temi fondamentali trattati nelle altre opere. Il poemetto allegorico è suddiviso in sei capitoli, ciascuno dedicato a una visione avuta dal poeta in sogno. Vi è così una successione di sei trionfi: Amore, Pudicizia (o castità), Morte, Fama, Tempo, Eternità. Ciò rappresenta un percorso ideale e universale dell’uomo dal peccato alla redenzione, tema tipico dei testi poetici allegorico-didascalici medievali.

B-S2fwdIUAED41UA una poesia di Francesco Petrarca si sono ispirati Roberto Benigni e Massimo Troisi per il titolo del film Non ci resta che piangere scritto, diretto e interpretato dai due attori nel 1984. Ambientato nella campagna toscana medioevale, il film rispecchia la loro simpatia, l’allegria e l’amicizia che li univa anche fuori dalla scena.
Troisi è il bidello Mario che con Benigni, l’insegnante Saverio, rimasti in panne con l’auto, trovano alloggio per la notte in una locanda, ma il mattino dopo si risvegliano nel Medioevo, come in un viaggio nel tempo. Curiosamente esistono due versioni, una cinematografica e una televisiva (pare ne esista anche una terza trasmessa in tv dalla Rai), la storia è uguale fino a un certo punto per poi evolvere in modo diverso. Sono presenti riferimenti al frate domenicano Girolamo Savonarola, a Cristoforo Colombo e, solo in quella cinematografica a Leonardo da Vinci.
Una commedia divertente che ha ottenuto un grande successo, tanto da diventare un film di culto anche per le nuove generazioni. Nel 2015 una versione restaurata della commedia è tornata nei cinema italiani, grazie alla distribuzione della Lucky Red.

La Lucky Red è una società di produzione e distribuzione cinematografica indipendente italiana, fondata nel 1987 da Andrea Occhipinti,. Si contraddistingue per essersi occupata di cinema d’essai (cinema di sperimentazione, noto anche come cinema d’autore), un particolare genere cinematografico, generalmente non rivolto ad esigenze di consumo di massa. La Lucky Red ha ottenuto numerosi riconoscimenti nazionali e internazionali e ha avuto il merito di scoprire autori oggi di fama mondiale. Negli anni la società ha saputo differenziare l’offerta puntando sempre sulla qualità, aprendosi ad altri generi: dal documentario all’animazione, al genere horror e grandi blockbuster (distribuiti con il marchio Key Films).
Nel 1996 nasce il settore Home video, anche in Blu-ray, il supporto ottico proposto dalla Sony nel 2002 come evoluzione del DVD per la televisione ad alta definizione, che valorizza la qualità dell’immagine e dell’audio in risposta alle nuove esigenze tecnologiche.

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