X-Men: Le Origini – Scienza, Religione e Letteratura

 

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Un disorientamento comprensibile caratterizzò questo periodo storico, proprio nel momento in cui per la prima volta la scienza sembrava scardinare ulteriormente le certezze vittoriane, con la teoria dell’evoluzione elaborata da Charles Darwin.


L’ORIGINE DELLA SPECIE, la teoria dell’evoluzione

darwin-youngCharles Darwin (1809 –1882) naturalista e geologo britannico. Durante un viaggio in età giovanile durato cinque anni sul brigantino Beagle, egli ebbe modo di raccogliere osservazioni direttamente ambienti naturali diversi e raccogliere un gran numero di campioni di forme viventi sconosciute alla scienza. Pubblicò per la prima volta nel 1859 nel suo saggio L’origine delle specie, la teoria dell’evoluzione secondo cui, “gruppi” di organismi di una stessa specie si evolvono gradualmente nel tempo attraverso il processo di selezione naturale. Rischiando una condanna per blasfemia, affermò la sua teoria che era in contrapposizione a quella più in voga fino a quel tempo: il creazionismo, che si basava sull’interpretazione letterale del testo biblico della Genesi, secondo cui le specie, essendo create da Dio, erano perfette e immutabili. Darwin non escludeva il fatto che ci fosse stata inizialmente la Creazione, ma polemizzava sul fatto che i fenomeni successivi, anche non spiegabili scientificamente, fossero attribuibili ad una creazione divina.

Gli individui di una popolazione sono in competizione fra loro per le risorse naturali; in questa lotta per la sopravvivenza, l’ambiente opera una selezione, detta selezione naturale. Vengono così eliminati gli individui più deboli, cioè quelli che, per le loro caratteristiche sono meno adatti a sopravvivere a determinate condizioni ambientali; solo i più adatti sopravvivono e trasmettono i loro caratteri ai figli. In sintesi, i punti principali su cui è basata la teoria evoluzionistica di Darwin sono: variabilità dei caratteri, eredità dei caratteri innati, adattamento all’ambiente, lotta per la sopravvivenza, selezione naturale ed isolamento geografico. Darwin afferma inoltre che la selezione naturale, se si trascina abbastanza a lungo, produce dei cambiamenti in una popolazione, conducendo eventualmente alla formazione di nuove specie (mutazioni).

A chiarire in che modo gli individui potessero trasmettere le loro caratteristiche alla discendenza, fu successivamente Gregor Mendel a farlo.

mendel-e1406797600538Gregor Mendel (1822–1884) naturalista, matematico e frate agostiniano ceco di lingua tedesca, il quale amava dedicarsi alla meteorologia (pubblicò diversi lavori al riguardo) e all’orto dell’abbazia, dove per sette anni compì innumerevoli esperimenti sulle piante (pisello odoroso) e scoprì le loro caratteristiche variabili, svelando dopo molti anni di lavoro i meccanismi dell’ereditarietà. Egli elaborò tre generalizzazioni che divennero in seguito famose come Leggi dell’ereditarietà di Mendel, applicando per la prima volta lo strumento matematico, in particolare la statistica e il calcolo delle probabilità, allo studio dell’ereditarietà biologica.
Non si può ancora parlare di genetica, ma il concetto innovativo da lui introdotto affermava che alla base dell’ereditarietà vi sono agenti specifici presenti nei genitori, al contrario di quanto si sosteneva all’epoca, per cui lo studio di Mendel non fu compreso. Ciò avverrà solo dopo la sua morte e gli verrà riconosciuto il merito. Nel 1905 la scienza dell’ereditarietà ricevette il nome di genetica. La teoria di Mendel affermava l’esistenza nel patrimonio ereditario di due caratteri ereditari (i geni), di cui uno solo veniva trasmesso nella successiva generazione. Da ciò dedusse che uno doveva essere recessivo e l’altro dominante.

Un errore concettuale comune è considerare l’evoluzione come un processo di miglioramento genetico delle specie. In realtà ciò che mutazione e selezione producono è un adattamento (fitness in inglese) all’habitat e quindi, in tal senso, può comportare anche la perdita di caratteri e di funzionalità e una semplificazione dell’organismo. Un troppo rapido cambiamento delle medesime condizioni, quindi, può giungere a causare l’estinzione di popolazioni evolute nel senso di una forte specializzazione. In altre parole, se un gruppo di organismi raggiunge un ottimo adattamento a un particolare ambiente diventa iperspecializzato, e non è più in grado di sopportare la benché minima variazione ambientale e, quindi, se l’ambiente muta, il gruppo si estingue (il koala ne è un esempio). L’evoluzione è irreversibile per cui un gruppo estinto non ricompare più in tempi successivi. Per il creazionismo invece, che si fondava sul dogma secondo cui i viventi erano considerati stabili, eventuali estinzioni erano possibili solo sulla base di cataclismi come il diluvio universale.

In riferimento ad un sistema evolutivo, un continuo miglioramento dell’adattamento è necessario per le specie anche solo per mantenere l’adattamento relativo all’ambiente in cui esso si è evoluto ed evolve.

Questo concetto è stato chiamato l’Ipotesi della Regina rossa, quella che Attraverso lo specchio… di Lewis Carroll, disse ad Alice:

«Ora, in questo luogo, come puoi vedere, ci vuole tutta la velocità di cui si dispone se si vuole rimanere nello stesso posto; se si vuole andare da qualche altra parte, si deve correre almeno due volte più veloce di così!»

 IPOTESI DELLA REGINA ROSSA


La selezione naturale guida l’evoluzione, non la determina. Dire che una specie “migliora” significa che trova risposte migliori ai problemi posti dall’ambiente. Ci troviamo di fronte a un equilibrio dinamico, un equilibrio che cambia sempre e l’evoluzione è come una reazione a catena nel teatro dell’ecologia. Un cambiamento ne causa un altro, e questo ne causa a sua volta un altro (o più) in un susseguirsi di interazioni che possono prendere direzioni molto “strane”. Nulla rimane stabile. Ogni essere vivente si trova esposto a una miriade di problemi che devono essere risolti in tempo reale e tutti insieme. Chi ci riesce meglio resta in gioco, chi non ci riesce viene spazzato via. Per fortuna, nell’evoluzione, c’è anche la cooperazione, e il mutualismo come vediamo in natura. Abbiamo molte lezioni da imparare dalla natura. Quale stiamo seguendo? Dicono che la competizione migliora tutto. E se invece fosse la cooperazione a farlo?


Estratto dall’interessante articolo di Ferdinando Boero che chiarisce bene il concetto: L’ecoevoluzione spiegata da Alice

Lewis Carroll (1832 – 1898), scrittore, matematico, fotografo e logico britannico, è celebre soprattutto per i due romanzi Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie (1865) e Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò (1871), opere che sono state apprezzate da una straordinaria varietà di lettori, dai bambini a grandi scienziati e pensatori. Entrambi i racconti sono pieni di allusioni a personaggi, poemetti, proverbi e avvenimenti propri dell’epoca in cui l’autore opera e il “Paese delle Meraviglie” descritto nel racconto gioca con regole logiche, linguistiche, fisiche e matematiche che gli hanno fatto ben guadagnare la fama che ha. Mentre il primo libro gioca sul tema delle carte da gioco, il secondo è incentrato sul tema degli scacchi e contiene in riferimento alla scienza l’Ipotesi evolutiva della regina rossa. I numerosi adattamenti teatrali e cinematografici su Alice per la maggior parte tendono a fondere insieme elementi dell’uno e dell’altro romanzo.

alice_in_wonderlandIl film del 2010 Alice in Wonderland diretto da Tim Burton con Johnny Deep, Mia Wasikowska, e prodotto in collaborazione con la Walt Disney Pictures, fa maggior riferimento al secondo libro con un’Alice cresciuta, all’età di diciannove anni. Per il 2016 è previsto un seguito di Alice in Wonderland sempre con gli stessi attori nella parte dei due protagonisti.

Innumerevoli sono le reinterpretazioni della storia di Alice e del coniglio che conduce verso un mondo fantastico, o verso una prospettiva nuova e sconvolgente sul mondo, in altri libri e film, anche per la TV, nella musica, nei fumetti e videogiochi.

Lewis Carroll fu un bambino intellettualmente molto precoce, si dice fosse mancino e che sia stato costretto a contrastare questa tendenza, subendone un trauma, e sembra che per un certo periodo nell’adolescenza sia stato oggetto di molestie sessuali. A diciassette anni ebbe un attacco insolitamente tardivo di pertosse che compromise l’udito del suo orecchio destro, ciò probabilmente contribuì ai problemi al sistema respiratorio che lo afflissero per tutta la vita. Inoltre, soffrì sempre di quella che chiamava la sua “esitazione”, una forma di balbuzie, di cui sembra fosse più consapevole e preoccupato lui di quanto lo fossero le persone che incontrava; in ogni caso, riuscì sempre a impedire che le sue preoccupazioni al riguardo (talvolta ossessioni) oscurassero le qualità che lo rendevano tanto popolare in società.

LA BALBUZIE

La balbuzie è un disordine nel ritmo della parola per cui la persona sa cosa vorrebbe dire, ma nello stesso tempo non è in grado di dirlo a causa di arresti, ripetizioni e/o prolungamenti di un suono che hanno carattere di involontarietà» (Organizzazione Mondiale della Sanità, 1977)

È più frequente nei maschi, di solito compare tra i 4 e i 6 anni, raramente in età adulta. È possibile si verifichi in certi periodi per poi scomparire. Ci sono casi in cui la difficoltà può essere appena percettibile, per cui il disordine è più che altro estetico, altri in cui la sintomatologia è estremamente grave e può effettivamente impedire la maggior parte della comunicazione verbale. È importante coglierne i segnali più precocemente possibile e consultare uno specialista affidabile (attenzione al business). Le teorie attuali parlano di una complicata interazione tra lo sviluppo del linguaggio dei bambini e le loro capacità motorie di produzione del linguaggio (respirazione, fonazione, risonanza e articolazione), combinati con le molteplici influenze della personalità e dell’ambiente comunicativo e sociale del bambino. In altre parole, la balbuzie non ha una singola causa, quindi spiegazioni semplici come “sta parlando troppo veloce” o “è nervoso” non spiegano adeguatamente questo complicato disturbo.

A livello sociale molti sono i pregiudizi e spesso sono causa di autoemarginazione e sofferenza, sfociando spesso in atti di bullismo. Non si conoscono con certezza le cause che stanno alla base di questo disturbo. Tende ad avere un certo grado di familiarità e la maggior parte degli studiosi pensano che una predisposizione alla balbuzie possa essere ereditaria. Di solito si è portati a credere che sia causata da un disagio psicologico, dovuto a eventi traumatici e/o ad ambienti educativi inadeguati che hanno segnato indelebilmente la personalità del soggetto, e che lo renderebbero timido, poco pratico, incline a demoralizzarsi, e forse anche meno dotato dal punto di vista intellettivo. Interpretando così la balbuzie ci sfugge però quel carattere d’involontarietà che differenzia radicalmente gli errori linguistici dalle ripetizioni e i prolungamenti (cioè le cosiddette disfluenze) che caratterizzano il parlato del balbuziente.

La situazione odierna della ricerca internazionale, soprattutto statunitense, aiuta a descrivere meglio il disordine ma ancora non lo spiega, né tantomeno aiuta a predirlo e controllarlo. L’ignoranza teorica sulle cause che generano e mantengono la balbuzie si riflette sul trattamento terapeutico: le molte terapie che vengono somministrate ai balbuzienti, non potendo intervenire sulle cause, quasi sempre si limitano ad intervenire sui sintomi, e vengono aibacomperpetuate in base considerazione pratica che in qualche modo “funzionano”. Dal punto di vista sociale la balbuzie non è contemplata tra le disabilità e non sono previsti benefici di legge.

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Carroll era certamente una persona gregaria e cercava l’attenzione e l’ammirazione del prossimo, era anche socialmente ambizioso e voleva a tutti i costi fare qualcosa per cui essere ricordato. I suoi primi lavori furono comici talvolta satirici, diversi anni prima di Alice iniziò a pensare come realizzare libri per bambini che potessero vendere bene; fra i suoi progetti comparivano libri di Natale e manuali pratici per la costruzione di marionette.

Ancora controversa è una questione che lo riguarda, sulla sua presunta pedofilia: egli coltivava la passione per la fotografia e molto spesso ritraeva bambine nude, cosa non rara all’epoca, altri fotografi vittoriani si cimentarono in questo tipo di opere. Inoltre sembra che Carroll non avesse una reale “vita adulta” e si trovasse a suo agio solo in un mondo mentale infantile, verso cui si pensa, non oltrepassò mai i confini dell’amore platonico per le sue giovani amiche. Il dibattito si concentrò sul fatto se l’ossessione di Carroll per le bambine fosse innocente o morbosa.
Morton Cohen, nel suo Lewis Carroll, a Biography (1995), scrive:

«Non possiamo sapere fino a che punto la sua preferenza per i bambini nei disegni e nelle fotografie nasconda un desiderio sessuale. Lui stesso sostenne che tale preferenza aveva motivi strettamente estetici. Ma dato il suo attaccamento emotivo ai bambini e il suo apprezzamento estetico per le loro forme, l’affermazione che il suo interesse fosse strettamente estetico appare ingenua. Probabilmente sentiva più di quanto volesse ammettere, anche a se stesso. È certo che cercò sempre di avere un altro adulto presente quando soggetti prepubescenti posavano per lui»

Oggi viene considerato uno dei più grandi fotografi dell’epoca vittoriana, e certamente uno di quelli che ha maggiormente influito sulla fotografia artistica moderna. La visione artistica e filosofica di Carroll era centrata sull’idea della divinità di ciò che egli chiamava “bellezza”: uno stato di grazia, di perfezione morale, estetica e fisica. Egli trovava questa bellezza nel teatro, nella poesia, nelle formule matematiche e soprattutto nella figura umana. La fotografia si rivelò uno strumento ideale per esprimere questa sua filosofia personale. Uno degli obiettivi evidenti della fotografia di Carroll è quello di liberarsi del pesante fardello della simbologia vittoriana, ritraendo le sue giovani modelle più come fate, libere creature dei boschi, che come beneducate damigelle della buona società inglese.


DA DOVE VENIAMO? COME SIAMO ARRIVATI QUI?


Il National Geographic e IBM hanno dato il via a un imponente lavoro di ricerca con cui si vuole tracciare il nostro DNA risalendo decine di migliaia di anni fino ai nostri primi antenati. L’obiettivo è realizzare la mappa della storia del genere umano. (YouTube)


INDIVIDUI UNICI E CONCETTO DI SPECIE

Filosoficamente il pensiero evoluzionistico di Darwin si basa sul rifiuto dell’essenzialismo, con cui si presume l’esistenza di certe perfezioni (forme essenziali per ogni particolare classe di viventi) e le differenze tra gli individui sono trattate come imperfezioni o deviazioni di questa perfetta forma essenziale.

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Darwin abbracciò invece ciò che il neodarwiniano Ernst Mayr (1904 -2005) biologo, naturalista, genetista e storico della scienza tedesco naturalizzato statunitense, chiama approccio popolazionista, con cui si nega l’esistenza di qualsiasi forma essenziale, sostenendo che una classe non è altro che la concettualizzazione di numerosi individui unici. L’essenzialismo secondo Ernst Mayr ha dominato il pensiero occidentale per circa duemila anni. Egli teorizza una definizione biologica del concetto di specie: due esseri viventi appartengono alla stessa specie se dalla loro unione può nascere un individuo a sua volta fertile. Diversamente un’unione fra individui, che nella classificazione di Linneo (1707- 1778, padre della moderna classificazione scientifica degli organismi viventi) appartengono a specie diverse, dà origine ad un aborto spontaneo oppure ad un individuo sterile. Un esempio tipico è quello dei muli che sono sterili e non sono specie in quanto risultano dall’incrocio (accoppiamento) tra un asino (maschio) ed una cavalla (femmina).
La sua teoria mostra anche che all’interno dello stesso gruppo avvengono più mutazioni casuali (svantaggiose e non) e una maggior differenziazione, rispetto a gruppi che non sono autoctoni, che non restano isolati per generazioni. Tale argomento smentì le teorie eugenetiche sulla purezza della razza ariana. Le smentì in maniera biologica, con un argomento scientifico: la diversificazione degli individui che si sarebbe venuta a creare in una Germania isolata dalle altre nazioni, sarebbe paradossalmente stata maggiore di quella subita da Paesi che non avevano aderito alle teorie per la conservazione della razza. Il concetto di razza ne risulta biologicamente privo di fondamento.


IL MEME E L’EVOLUZIONE CULTURALE

dawkinsnettSuccessivamente Richard Dawkins, etologo, biologo e divulgatore scientifico britannico, con la teoria del gene egoista (1976) estende l’idea darwiniana fino ad includere sistemi non biologici, che mostrano analoghi comportamenti di selezione del “più adatto”, come il meme nelle culture umane. Con il termine egoismo non s’intende che i geni abbiano volontà propria, ma solo che l’effetto dei geni negli individui che li ospitano è quello di determinare delle strutture fisiche o dei comportamenti che aumentano o diminuiscono la probabilità che il gene si replichi, e che aumenti la sua frequenza nella popolazione genetica.
Richard Dawkins ha introdotto il termine meme per descrivere una unità base dell’evoluzione culturale umana, analoga al gene che è l’unità base dell’evoluzione biologica. La sua idea è che il meccanismo di replica, mutazione e selezione si verifichi anche in ambito culturale. Egli descrive il meme come una unità di informazione residente nel cervello. Si tratta di uno schema che può influenzare l’ambiente in cui si trova (attraverso l’azione degli uomini che lo portano) e si può propagare (attraverso la trasmissione culturale). In altre parole il meme è un’informazione riconoscibile dall’intelletto, relativa alla cultura umana che è replicabile da una mente o un supporto simbolico di memoria (per esempio un libro), ad un’altra mente o supporto.


Al degrado morale e sociale e all’incertezza che le nuove teorie scientifiche generarono, si accostò una crisi spirituale. Da un lato si generò un dilagante perbenismo che portò all’epurazione delle opere letterarie da scene di erotismo e violenza, per pudicizia molte parti del corpo non si potevano nominare per nessun motivo: se le dame non mostravano gambe o piedi lo stesso doveva essere per i tavoli, accuratamente ricoperti fino in fondo da lunghe e spesse tovaglie. L’arte figurativa tese ad esaltare gli aspetti più banali. Vi fu in sintesi una forma di rimozione collettiva di ciò che era realmente la società.

D’altro canto si consolidò il Puritanesimo e si assistette al diffondersi di numerose confessioni evangeliche alternative alla Chiesa ufficiale Anglicana, e crebbero quelle non-conformiste, come i quaccheri e i metodisti. Una crisi spirituale in cui si predicò il ritorno nostalgico al cattolicesimo medievale.

IL PURITANESIMO

Fu un movimento sorto all’interno della Chiesa d’Inghilterra nella seconda parte del XVI secolo in seguito alla Riforma Protestante che si sviluppò nell’Europa occidentale. Fondatori furono alcuni protestanti di orientamento calvinista che avevano come obiettivo quello di purificare la Chiesa d’Inghilterra dal suo interno, da tutte quelle forme non previste dalle Sacre Scritture. Essi contemplavano una Chiesa svincolata dal potere politico, Cristo era riconosciuto come unico capo della Chiesa celeste e terrena, immagini, altari e paramenti venivano considerati inutili eredità del passato e molte pratiche furono condannate come idolatria. Davano particolare enfasi al sermone, e cura all’educazione e illuminazione delle masse, non erano ritenuti necessari intermediari poichè la voce di Dio parla alla coscienza individuale di ogni uomo, la cui spiritualità sta nel valorizzare l’interiorità e la morale, senza inutili distrazioni che inducono alla vanità.

Si opposero con forza alle feste e alle rappresentazioni teatrali che avevano caratterizzato l’epoca elisabettiana, ciò portò alla chiusura di molti teatri e luoghi di intrattenimento. L’atteggiamento tipico della mentalità umile e laboriosa puritana era collegata alla teoria calvinista della predestinazione, secondo la quale uomini e donne sono nati peccatori ed è solo attraverso il duro lavoro e la disciplina che possono essere salvati dalla grazia di Dio. In seguito vennero definiti puritani altri gruppi che condividevano atteggiamenti e valori simili, come i separatisti, i quaccheri, anche i fondatori della New England furono comunemente chiamati puritani.

Spesso si tende ad usare impropriamente il termine puritanesimo, considerandolo il contrario di edonismo — pensiero filosofico che riconosce nel piacere una condizione interiore che meglio regola la condotta dell’uomo — e ne viene fatto un uso dispregiativo per indicare i gruppi protestanti estremisti e persone di strette vedute circa la sessualità.

Nelle sue opere H.G.Wells sentì l’influenza di Nathaniel Hawthorne (1804-1864) scrittore statunitense celebre soprattutto per il romanzo La lettera scarlatta (1850), ambientato nella metà del Seicento, opera paragonabile ai Promessi sposi di Alessandro Manzoni. Due romanzi che parlano dello stesso periodo storico e che riflettono entrambi sul male da un punto di vista religioso cristiano: l’uno cattolico, l’altro protestante.

lettera_scarlatta_demi_moore_roland_joff_013_jpg_srfxColpa, espiazione e redenzione sono i temi trattati anche nel film omonimo del 1995 diretto da Roland Joffé, che un po’ si discosta dal testo originale ma è valorizzato dagli interpreti quali Demi Moore, la cui A credo rimanga bene impressa nella mente, e Gary Oldman e Robert Duvall.
Ambientato nella Nuova Inghilterra del XVII secolo, il romanzo racconta la storia di Hester Prynne che  vive a Boston e, nonostante il marito sia assente da molto tempo, ha dato alla luce una bambina di nome Pearl. Viene quindi accusata di adulterio e per espiare la propria colpa le viene imposto di portare una lettera A scarlatta sul petto (che sta per adultera). Diventa così la pecora nera della comunità puritana, tanto religiosa quanto assai poco incline al perdono e alla comprensione.

La Nuova Inghilterra (New England) deve il suo nome al capitano John Smith, che esplorò le sue coste nel 1614. Fu la prima regione degli Stati Uniti a definire una propria identità. Originariamente abitata da popolazioni native, all’inizio del XVII secolo iniziò a ricevere i Padri Pellegrini, soprattutto appartenenti a minoranze religiose inglesi, che fuggivano dalle persecuzioni religiose in Europa.

È da notare che le opere di H.G.Wells, sebbene debbano molto al tema scientifico e fantastico, sono in realtà un solido strumento di analisi sociale e morale: da ciascun romanzo traspare la convinzione che la scienza debba essere funzionale a un progresso effettivamente benefico, e che l’uomo debba risultare sempre e comunque in grado di controllare le forze da lui create. Tra i suoi romanzi L’isola del dottor Moreau, L’uomo invisibile e il fortunatissimo La macchina del tempo (1895) una delle prime storie ad aver portato nella fantascienza il concetto di viaggio nel tempo basato su un mezzo meccanico.

awar_of_the_worlds_etDa La guerra dei mondi fu ricavato un adattamento radiofonico interpretato da Orson Welles (1938). La storia, narrata in forma di cronaca, venne interpretata in modo così realistico che una parte del popolo statunitense, malgrado gli avvisi trasmessi prima e dopo il programma, non si accorse che si trattava di una finzione e credette realmente che stesse avvenendo un’invasione di extraterrestri, rimanendone scossa e turbata.
La guerra dei mondi è anche un film di fantascienza del 1953 diretto da Byron Haskin e di un suo remake del 2005, diretto da Steven Spielberg ed interpretato da Tom Cruise.

«Con infinito compiacimento, l’uomo percorreva il globo in lungo e in largo, fiducioso del proprio dominio su questo mondo. Eppure, attraverso la volta dello spazio, intelletti vasti e freddi e ostili guardavano al nostro pianeta con occhi invidiosi. E lentamente e indisturbati ordivano i loro piani contro di noi»

(Narratore/Morgan Freeman)

Quella vittoriana fu un’epoca di grande fermento creativo e innovazione anche letteraria. Non più sotto la protezione di aristocratici tanto influenti quanto illuminati, l’intellettuale ora per scrivere deve adattarsi ai gusti mutevoli del grande pubblico, la sua sopravvivenza dipende più dal numero di copie vendute che dal pregio intrinseco dell’opera. L’insicurezza degli editori porta inoltre il letterato a pubblicare (e vendere) il suo romanzo “pezzo per pezzo”, a fascicoli settimanali o quindicinali senza essere sicuro di poterla ultimare: compone quindi ogni episodio con elementi che lascia volutamente in sospeso per incrementare le aspettative del lettore, che corre incuriosito a comprare la puntata successiva. Hanno successo in questo periodo le short story o racconto breve. La scrittura non è più solo vocazione, ma un mestiere faticoso e spesso mal pagato. L’età vittoriana è un periodo di transizione, un ponte tra Romanticismo etico e modernismo.

Le sorelle Brontë, un trio di scrittrici famose per aver pubblicato tre romanzi nello stesso anno 1847, tuttora apprezzati: Charlotte Brontë, sorella maggiore, autrice di Jane Eyre; Emily Brontë, autrice di Cime tempestose; Anne Brontë, sorella minore, autrice di Agnes Grey si firmarono con uno pseudonimo temendo che le loro opere fallissero per i pregiudizi che allora esistevano nei confronti delle donne.

cimetempestose2Cime tempestose, il più famoso dei tre romanzi, ebbe critiche contrastanti per la sua struttura innovativa, che è stata paragonata a una serie di matriosche e per la forte crudeltà fisica e mentale, tema centrale è l’effetto distruttivo che la gelosia e la vendetta possono avere sugli individui.

Ha ispirato molti adattamenti: vari film, sceneggiati radiofonici e televisivi, un musical diretto da Bernard J. Taylor, un balletto e tre opere liriche (di Bernard Herrmann, Carlisle Floyd e Frédéric Chaslin), un gioco di ruolo, come pure nel 1978 una canzone di successo di Kate Bush intitolata per l’appunto Wuthering Heights. A me personalmente è rimasta impressa una pellicola in bianco e nero, credo del 1920, vista in TV molto realistica e cruda, specie l’attore nella parte di Heathcliff (non sono riuscita a trovarla in rete); coinvolgente anche lo sceneggiato televisivo del 1956 per la regia di Mario Landi con Massimo Girotti, nel ruolo del protagonista.

jane_eyre_antJane Eyre è un’eroina, dotata di una vivida intelligenza, ciò l’aiuterà a destreggiarsi in una società conformista e spietata, la stessa in cui visse Charlotte Brontë. Crudeltà, amore, rabbia, pazzia, pietà, rigide regole religiose e morali è tutto ciò che si trova ad affrontare e in cui si dibatte lo spirito libero e sensibile di Jane.Jane Eyre risulta infatti essere un’opera parzialmente autobiografica (contenuto simile in Agnes Grey della sorella).

Tra le innumerevoli interpreti cinematografiche e televisive, è incredibile la dolcezza che traspare, in contrasto con il contegno rigoroso e imperturbabile, in Charlotte Gainsbourg in Jane Eyre di Franco Zeffirelli del 1996. Un film dal cast notevole tra cui William Hurt, Maria Schneider, Geraldine Chaplin e Anna Paquin nella parte di Jane bambina.

Anche se antecedente al periodo vittoriano ed espressione del pre-romanticismo, a queste opere viene naturale associare Orgoglio e pregiudizio (1813) di Jane Austen, un romanzo che ancora oggi affascina per il forte impatto emotivo generato dai sentimenti di orgoglio di classe del signor Darcy e del pregiudizio nei confronti di una nobiltà tronfia e saccente di Elizabeth Bennet. Che poi, alla fine, tutti esseri umani siamo, ognuno con le proprie debolezze, le proprie miserie e una sorprendente capacità di sapersi elevare con lo spirito attraverso l’amore, che libera dai lacci dei luoghi comuni terreni. Ma che fatica! Elizabeth simbolizza la donna colta, libera e sicura di sè, una donna all’avanguardia, che deve mediare il lato mascolino del suo carattere per non negare la sua femminilità.

orgoglioEpregiudizioNumerose le trasposizioni cinematografiche e televisive, nel ruolo di Darcy è stato Laurence Olivier (1940), Franco Volpi (1957), nello sceneggiato televisivo RAI diretto da Daniele D’Anza con Virna Lisi nella parte di Elizabeth (nella foto) è Enrico Maria Salerno; Colin Firth (1955) è Darcy in una miniserie televisiva della BBC, è anche interprete di Mark Darcy (2001) ne Il diario di Bridget Jones (un omaggio al personaggio originario) che contiene alcuni dei temi del romanzo austeniano.
L’Elizabeth più dirompente è Keira Knightley in Orgoglio e Pregiudizio del 2005 diretto da Joe Wright, insieme a un Darcy superbo quanto tenero Matthew Macfadyen, che non ha sofferto del paragone con il grande Colin Firth. È un film molto intenso, vivace e incalzante, una versione molto fedele al libro, tanto da riportarne talvolta frasi citate quasi testualmente. Suggestiva ed appropriata la colonna sonora del film, opera di Dario Marianelli, compositore di origini pisane ma attualmente domiciliato a Londra, che per questo film si è ispirato alle prime opere di Ludwig van Beethoven. Orgoglio e pregiudizio è anche in audiolibro letto da Paola Corrtellesi, Emmons Audiolibri 2009.

Jane Austen (1775-1817) scrittrice britannica, fu una delle prime a dedicare l’intero suo lavoro all’analisi dell’universo femminile, ironica e implacabile descrive pregi e difetti delle sue stesse eroine e dà ai suoi personaggi caratteri distintivi che li rendono riconoscibili anche dal loro linguaggio. La quotidianità diventa un importante soggetto narrativo: le abitudini, i luoghi e le classi sociali sono elementi essenziali per lo svolgimento degli eventi. I paesaggi influenzano i caratteri, la riservata campagna è contrapposta alla corrotta città e ai suoi abitanti contro i quali l’autrice si schiera. L’egoismo dei ricchi e l’avidità dei nobili sono gli ostacoli da superare per raggiungere la felicità.

LEGGI MORALI E COSCIENZE

Jane Austen, “l’artista più perfetta tra le donne” così la definì Virginia Woolf (1882-1941) scrittrice, saggista e attivista britannica, considerata una delle principali figure della letteratura del XX secolo, attivamente impegnata nella lotta per la parità di diritti tra i due sessi; fu, assieme al marito Leonard, militante del Fabianesimo, un’organizzazione socialista che sosteneva la graduale introduzione delle riforme sociali. Nel periodo fra le due guerre fu membro del Bloomsbury Group e figura di rilievo nell’ambiente letterario londinese.

IL BLOOMSBURY GROUP

Fu un gruppo di artisti e allievi molto esclusivo sviluppatosi in Inghilterra, nel quartiere londinese di Bloomsbury, dal 1905 circa fino alla Seconda guerra mondiale. Sebbene principalmente conosciuto come gruppo letterario i suoi aderenti erano attivi in diversi campi d’arte, critica artistica e insegnamento, tanto che le loro opere influenzarono la letteratura, l’estetica, la critica e l’economia, come anche il femminismo, il pacifismo e la sessualità umana.
I membri erano fortemente critici verso i periodi Vittoriano ed Edoardiano nelle loro costrizioni religiose, artistiche, sociali e sessuali, sebbene loro stessi non se ne liberassero mai completamente. Loro tratto caratteristico era l’amore per l’Europa meridionale, soprattutto concentrato su Italia e Francia, ma anche Grecia. Il gruppo ristretto e con forti legami interni, appariva certamente come un luogo tranquillo e ospitale per molti dei suoi membri omosessuali e/o bisessuali: quasi come regola, gli aderenti al Bloomsbury avevano relazioni con più di un partner, per lo più di entrambi i sessi.
Negli anni venti la reputazione del gruppo era abbastanza stabilita da far sì che i suoi manierismi e cliché fossero oggetto di parodia. I bombardamenti su Londra della Seconda guerra mondiale e il suicidio di Virginia Woolf posero fine ai giorni d’oro del gruppo, sebbene il loro stile di vita in luoghi come Charleston continuò ancora per decenni e le loro complesse relazioni interpersonali furono sin dagli ultimi decenni del XX secolo, oggetto di studio anche a livello accademico.

Virginia Woolf durante la sua giovinezza subì diversi lutti e nel racconto autobiografico Momenti di essere e altri racconti riportò che lei e la sorella Vanessa furono oggetto di abusi sessuali da parte di due fratellastri. Tutto ciò sicuramente influì sui frequenti esaurimenti nervosi, sulle crisi depressive e sui forti sbalzi d’umore che caratterizzarono la sua vita. Dopo diversi tentativi, giunse infine al suicidio, nonostante fosse sostenuta e amata moltissimo dal marito, a cui lasciò una breve ma intensa lettera di addio. Le moderne tecniche diagnostiche hanno portato a una postuma diagnosi di disturbo bipolare unito, probabilmente, negli ultimi anni, a una psicosi.


Il disturbo bipolare – è un disturbo dell’umore e si caratterizza per lo stato emotivo chiamato ‘mania’, che può durare da alcuni giorni a mesi. Si manifesta con un’intensa ma infondata euforia e un’inopportuna e invadente socievolezza a cui si associa irritabilità, logorrea, iperattività, scarsa capacità di attenzione e la creazione di piani grandiosi e inattuabili con un’eccessivo ottimismo, che esclude a priori la possibilità di fallimento. Il livello di energia è così alto che spesso non si sente la necessità di mangiare o di dormire e si ritiene di poter fare qualsiasi cosa, al punto da mettere in atto comportamenti impulsivi, come spese eccessive, o azioni avventate, perdendo la capacità di valutare correttamente le loro conseguenze.
Oltre agli episodi maniacali, nel disturbo bipolare possono trovarsi anche episodi misti, comprendenti sia i sintomi della mania che quelli della depressione, come calo dell’umore, bassa autostima, senso di inadeguatezza, grande tristezza, sensi di colpa, apprensione, stanchezza associata ad alterazioni del sonno e dell’appetito, all’incapacità di provare piacere per qualunque attività e a pensieri di morte o di suicidio.
Questi periodi possono essere misti o alternati a periodi di umore normale.

La psicosi – è una severa alterazione dell’equilibrio psichico dell’individuo con disturbi del pensiero e della percezione della realtà quali discorsi confusi e incoerenti, deliri ed allucinazioni.
Nel senso comune (es. nel giornalismo) il termine indica genericamente un sentimento di forte paura e ansia legato ad un particolare evento scatenante, tale da condizionare il comportamento delle persone.


Virginia Woolf, con le stesse tecniche operate da James Joyce in Irlanda, Marcel Proust in Francia e Italo Svevo in Italia,  abbandona la tecnica di narrazione tradizionale e predilige il monologo interiore del soggetto preso in questione. Il tempo si differenzia per l’assenza di una cronologia precisa, non è visto come uno scorrere perenne bensì come una serie di momenti staccati successivamente riuniti dall’associazione di idee o dall’immaginazione. Il linguaggio si presenta particolarmente raffinato e ricercato, ricco di similitudini, metafore, assonanze, e allitterazioni usato per esprimere il flusso di coscienza.

Il flusso di coscienza

Consiste nella libera rappresentazione dei pensieri di una persona così come compaiono nella mente, prima di essere riorganizzati logicamente in frasi. Il flusso di coscienza viene realizzato tramite il monologo interiore nei romanzi psicologici, ovvero in quelle opere dove emerge in primo piano l’individuo con i suoi conflitti interiori e, in generale, le sue emozioni e sentimenti, passioni e sensazioni.

La tecnica del flusso di coscienza divenne nota con lo scrittore irlandese James Joyce (1882-1941) che è stato di fondamentale importanza per lo sviluppo della letteratura del XX secolo, in particolare della corrente modernista. Influenzato dalle pubblicazioni di Freud, nel 1906 Joyce realizza la raccolta di racconti Gente di Dublino, nel quale si fondono realtà e mente, coscienza e inconscio: per fare ciò, utilizza la tecnica del monologo interiore diretto, derivante dalla teoria del flusso di coscienza, per la prima volta nella storia della letteratura. Il suo romanzo più noto, Ulisse, è una vera e propria rivoluzione rispetto alla letteratura dell’Ottocento, e nel 1939 il successivo e controverso Finnegans Wake (La veglia per Finnegan) ne è l’estremizzazione.

Joyce soffriva di alcune fobie: quella dei cani, a 5 anni venne morso da un cane, e dei temporali perché una zia molto religiosa gli disse che erano un segno dell’ira di Dio. Le paure avrebbero sempre fatto parte dell’identità di Joyce e sebbene avesse il potere di superarle, non lo fece mai. Nell’adolescenza Joyce sviluppa il suo carattere anticonformista e ribelle che lo contraddistinguerà anche in futuro e rifiuta il Cristianesimo, anche se la filosofia di San Tommaso d’Aquino avrà una forte influenza sulla sua vita. Il suo pensiero ben si esprime in questa lettera di Joyce a Nora Barnacle del 29 agosto 1904:

«La mia mente rifiuta l’intero ordine sociale esistente e il Cristianesimo-patria, le virtù riconosciute, gli stili di vita, le dottrine religiose […] Sei anni fa io abbandonai la Chiesa Cattolica, detestandola molto fervidamente. Ho compreso che era impossibile per me rimanere nel suo ambito, in considerazione degli impulsi della mia natura. Ho combattuto una guerra segreta contro di lei quando ero uno studente e mi sono rifiutato di accettare le posizioni che essa mi proponeva. Nel fare ciò sono diventato un furfante, ma ho conservato il mio amor proprio. Adesso combatto una battaglia aperta contro di essa attraverso quello che scrivo, dico e faccio»

 

«Quando un’anima nasce, le vengono gettate delle reti per impedire che fugga.
Tu mi parli di religione, lingua e nazionalità: io cercherò di fuggire da quelle reti»

James Joyce, Ritratto dell’artista da giovane

 


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